BARRIERE ARCHITETTONICHE. PROPOSTA DI LEGGE APPROVATA ALLA CAMERA, VOTO FAVOREVOLE DI SINISTRA ITALIANA – POSSIBILE

 

3 ottobre 2017
Dopo quattro anni di stallo in commissione bilancio per sentirci dire che non ci devono essere oneri di spesa, passa oggi la legge sulle barriere architettoniche e sulla unificazione della normativa per la redazione del regolamento. 

I voti favorevoli sono stati 438, un contrario, 5 gli astenuti. Il provvedimento passa all’esame del Senato.

Abbiamo chiesto e ottenuto che ci si uniformasse alla convenzione internazionale delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.
Una grande conquista per noi che ci vediamo approvato un emendamento importante ma è soprattutto una vittoria della dignità di ogni essere umano.

Nessuno deve sentirsi “speciale”. Quando tutte le città avranno acquisito questa forma allora potremo dire che la conquista di civiltà è davvero raggiunta!

Questa la mia dichiarazione di voto.

Presidente,

onorevoli colleghi, sottosegretario, purtroppo, lo sappiamo, nonostante la legge sulle disabilità compia quasi trent’anni, il nostro Paese non è un Paese per disabili permanenti, come non è un Paese a misura di bambino o a misura di anziano o a misura di donna in gravidanza.

Per tanti nostri concittadini, nei fatti, non è garantito il diritto di cittadinanza. Che dire, poi, del malcostume, di quella vera e propria violenza, se non insensibilità e ignoranza, che leggiamo spesso nelle cronache nei confronti di persone con disabilità. Certo non basta una legge per evitare quegli episodi inqualificabili che sono avvenuti magari per accaparrarsi un parcheggio riservato ai disabili.
Per questi casi serve un cambiamento culturale, modificare mentalità, combattere la discriminazione in ogni ambito della nostra società. Con questa legge, e già sarebbe un grande risultato, il Parlamento si è proposto di coordinare, armonizzare, semplificare e monitorare la normativa che nel corso degli anni è stata prodotta in materia di abbattimento di barriere architettoniche. Sono passati trent’anni, dicevo, dalla legge n. 41 del 1986, che prevedeva strumenti organici di pianificazione per l’eliminazione delle barriere architettoniche.

La prima legge quadro adottata in materia è la legge n. 13 del 1989, sofferta, quella legge. Negli anni successivi, queste norme sono state integrate e modificate, dando vita a un sistema di prescrizioni e regole di difficile applicazione, e anche interpretazione, in relazione alla qualità e quantità degli interventi, ma, soprattutto, in relazione anche ai soggetti incaricati di porli in essere.
Il progetto di legge che finalmente stiamo approvando si propone di intervenire proprio in tal senso, dare sistematicità a quella normativa, prevedendo l’emanazione di un regolamento che ne superi la frammentarietà e la disomogeneità, e, infine, monitorare gli esiti attesi, per individuare le soluzioni a eventuali problemi tecnici derivanti dall’applicazione della normativa.

Il gruppo Sinistra Italiana – Possibile voterà convintamente a favore di questa legge e si augura che con un rapido passaggio al Senato diventi legge dello Stato. Ci auguriamo anche che per il regolamento non si debbano aspettare anni. D’altronde, anche per questa proposta di legge, che pure aveva avuto un’approvazione unanime in Commissione ambiente già all’inizio della legislatura, abbiamo dovuto attendere quattro anni, ripeto, quattro anni, per avere una relazione tecnica dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, con bollinatura della Ragioneria generale dello Stato.
Ma poi che relazione, sottosegretario, che relazione tecnica: poco più di una paginetta, in cui, sostanzialmente, si prevedeva che ai componenti della commissione permanente non venissero corrisposti compensi ad alcun titolo, gettone di presenza o rimborso spese.
Quattro anni! Non assommiamo anche le barriere temporali e burocratiche alle barriere architettoniche. Ci auguriamo che questa legge possa essere l’occasione per superare definitivamente la concettualizzazione della città come luogo abitato da categorie sociali diverse e disgiunte tra loro, talvolta addirittura portatrici di interessi contrapposti.
La città è il luogo di tutti i suoi abitanti e di una sola comunità di uomini e donne in equilibrio dinamico con l’ambiente del proprio insediamento. Una comunità che non necessiti di leggi speciali per utenti speciali, dove le barriere architettoniche, intese come ostacolo ad una corretta ed estesa fruizione degli edifici e delle città da parte di tutti, siano abbattute per tutti, e non per le sole persone con disabilità.

Il risvolto economico sarebbe immediato: non solo verrebbero ridotti i costi di alcune diffuse prestazioni del sistema sanitario nazionale, ma anche si procederebbe verso un percorso di sostenibilità che favorirebbe paradigmi responsabili.
In questa legge viene opportunamente richiamata la definizione di “progettazione universale” di cui all’articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre del 2006, ratificata, poi, dal nostro Paese nel 2009. Per progettazione universale la Convenzione intende quella progettazione di prodotti, strutture, programmi e servizi utilizzabili da tutte le persone nella misura più estesa possibile, senza il bisogno di adattamenti o di progettazioni specializzate. Viene, cioè, proposto un indirizzo chiaro che nei dieci anni successivi la stessa nascente disciplina dell’ergonomia urbana ha ulteriormente confermato anche in sede scientifica internazionale. Non solo la progettazione architettonica di strutture alla scala edilizia, ma anche i programmi di trasformazione urbana alla scala di tutta la città devono prevedere soluzioni progettuali utilizzabili da tutte le persone nella misura più estesa possibile.

A dire il vero, la Convenzione va ancora oltre.
Essa, infatti, aggiunge: senza il bisogno di adattamenti o di progettazioni specializzate, cioè a dire il principio della massima estensione possibile della utilizzabilità di una struttura edilizia e urbana deve entrare a far parte ordinariamente di ogni processo progettuale e non deve più essere necessario, nelle nuove opere e nei nuovi quartieri, né fare piani di adattamento ex post né l’intervento di specialisti.
L’indirizzo che la Convenzione propone appare, quindi, come un’importante evoluzione della cultura progettuale da cui derivano diverse implicazioni.

La prima è che si deve superare la logica dell’intervento spot, ora su questo edificio, ora su quello. Occorre, invece, sistematizzare l’intervento progettuale alla scala dell’intera città, comprendendo sia gli edifici pubblici che quelli privati, gli edifici residenziali e non. E siamo soddisfatti che sia stata accolta la nostra proposta di modifica in cui si evidenzia che l’aggiornamento sia finalizzato a migliorare la fruibilità degli spazi urbani aperti per garantire l’uso pedonale secondo i moderni principi dell’ergonomia urbana. Riteniamo condivisibile la proposta di emanare un unico regolamento in luogo del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1996, n. 503 e del decreto del Ministro dei lavori pubblici 14 giugno 1989, n. 236 proprio perché ciò può favorire l’organicità e il carattere sistemico degli interventi progettuali rispetto a quanto appena detto.

La seconda implicazione è il superamento della triade dei requisiti prescritti dalla legge 9 gennaio 1989, n. 13 (accessibilità, adattabilità e visitabilità). È infatti di tutta evidenza che, se la progettazione deve essere universale e rivolta a tutte le persone e se non deve essere più necessario fare interventi di adattamento, l’attenzione progettuale va spostata da questi requisiti al superiore livello delle esigenze secondo lo schema della normativa UNI: esigenze, requisiti, prestazioni.
Le più recenti ricerche svolte nelle sedi scientifiche internazionali individuano infatti nel sistema esigenziale articolato in fruibilità, sicurezza, benessere un approccio nuovo e olistico al tema dell’ergonomia urbana che consente di superare l’idea di un progetto rivolto ad una categoria speciale di utenti: sono tutti gli abitanti di una città a dover fruire degli spazi urbani aperti e degli edifici; sono tutti gli abitanti della città a voler vivere nei propri luoghi in condizioni di sicurezza e, infine, sono tutti gli abitanti di una città a voler percepire condizioni di benessere.
Le persone con disabilità non si sentiranno più speciali ma potranno godere come veri cittadini a cui sono concessi tutti i diritti di cittadinanza.
Questo garantirebbe ad esempio ad anziani e bambini ma anche a chi soffre di disabilità temporanee di poter fruire di ogni luogo della città, dei suoi spazi pubblici, aperti e chiusi. L’Organizzazione mondiale della sanità, infatti, ha accertato che intercorre un rapporto diretto di causa ed effetto tra l’accessibilità agli spazi pubblici di tutti gli abitanti e la salute, il benessere e la coesione sociale.
Numerose evidenze scientifiche dimostrano che a zone economicamente svantaggiate corrispondono condizioni di salute più svantaggiate, soprattutto mentale, nonché condizioni di forti difficoltà nell’integrazione sociale e noi sappiamo che la coesione e l’inclusione sociale sono l’obiettivo ultimo della terza dimensione della sostenibilità, quella sociale appunto, in aggiunta alla sostenibilità ambientale ed economica, intesa come “quel modello di sviluppo che assicura condizioni di benessere umano in termini di sicurezza, salute e istruzione equamente distribuite per classi e per genere”.

Queste sono le sfide che ci attendono così come indicato dalla Convenzione: prodotti, strutture, programmi e servizi devono essere utilizzabili da tutte le persone e – non mi stancherò di ripeterlo – nella misura più estesa possibile senza il bisogno di adattamenti o di progettazioni specializzate ad hoc. Quando questo sarà davvero la normalità,

Presidente, potremo finalmente dirci un Paese civile, un Paese anche per disabili, un Paese a misura davvero di tutti.
on. Serena Pellegrino

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