CESSIONE DEI CALL CENTER DI WIND TRE A COMDATA. INTERPELLANZA AL MISE. SERENA PELLEGRINO: LA SPECULAZIONE SUL LAVORO STA DIVENTANDO UNA INSOSTENIBILE PIAGA SOCIALE.

COMUNICATO STAMPA. 7 LUGLIO 2017.

“Accanto alle forme tradizionali di speculazione, quella sul lavoro sta diventando una insostenibile piaga sociale.  Aver risolto il problema del minacciato licenziamento dei 900 dipendenti dei call center di Wind TRE operando una esternalizzazione alla multinazionale Comdata non è certamente un’operazione di cui vantarsi, come invece sembra faccia il Governo.”
Lo dichiara la parlamentare Serena Pellegrino ( Sinistra Italiana – Possibile) a commento della risposta del Ministero Sviluppo Economico all’interpellanza urgente sulla situazione dei dipendenti dei call center di Wind TRE.
“Una risposta – precisa la parlamentare – giunta così tardivamente da essere posteriore alla conclusione della trattativa e quindi depotenziata del suo valore di sindacato ispettivo rispetto all’andamento della trattativa stessa.”
Spiega Pellegrino: “L’accordo raggiunto il 27 giugno tra i sindacati e  il colosso delle telecomunicazioni,  che ha deciso nonostante l’attivo di bilancio di cedere il ramo aziendale relativo al servizio clienti, ha di fatto sancito, sotto lo sguardo benedicente del MISE, una speculazione che si fonda sullo sfruttamento del lavoro, che riduce drasticamente i diritti e le risorse economiche dei dipendenti ceduti e messi sotto ricatto per poter mantenere il posto di lavoro, che non crea alcun valore né per i singoli né per la collettività.
Sulla carta, l’intesa tra Wind TRE e Comdata riguarda i lavoratori dei call center di Cagliari, Palermo, Roma e Genova, trasferiti senza soluzione di continuità e mantenendo l’anzianità di servizio.
In realtà sono stati cancellati diversi diritti acquisiti ed una serie di contenuti contrattuali che attengono, oltre che al trattamento economico, alla qualità e dignità del lavoro.”
Conclude Pellegrino: “Saranno ora le assemblee dei dipendenti a valutare quanto sia sopportabile e accettabile l’accordo al ribasso siglato, fermo restando il rischio alla stabilità occupazionale legato a quanto può accadere nelle more del rapporto tra Wind TRE e la società di outsourcing.”

Di seguito il testo dell’illustrazione in aula e della replica.

ILLUSTRAZIONE

Signor Sottosegretario,
questa interpellanza urgente è stata presentata il 13 giugno, subito dopo che a Genova, e in altre città italiane, i lavoratori di Wind TRE, circa 900 in tutta Italia, avevano portato nelle piazze e davanti ai negozi Wind la protesta contro la paventata cessione del ramo aziendale dei call center della TRE e per sensibilizzare i cittadini sui rischi occupazionali per i dipendenti dei call center con cui ho potuto parlare direttamente perché ho partecipato personalmente.

Purtroppo, anche a causa dell’indisponibilità dei rappresentanti del Ministro dello sviluppo economico a rispondere alle interpellanze urgenti, possiamo solo oggi, ripeto solo oggi signor Presidente! svolgere la funzione di sindacato ispettivo mediante il quale il Parlamento esercita il proprio ruolo di controllo sull’attività del Governo.

D’altro canto, e per fortuna, sembrerebbe proprio che, da come è stato riportato dagli organi di informazione, sia stata raggiunta, proprio alcuni giorni fa, un’intesa, tra azienda e sindacati, sulla cessione del ramo d’azienda dei call center di Cagliari, Palermo, Roma e Genova, del colosso delle telecomunicazioni, nato dalla fusione di Wind e H3G.
Attendiamo perciò di conoscere dal MISE, nella sua risposta, i dettagli dell’intesa, ma mi si permetta, prima, di ricordare quanto è accaduto nelle ultime settimane.

Questa vicenda si inserisce in un quadro, quello del settore delle telecomunicazioni in Italia, dove, a enormi ricavi, corrispondono preoccupanti contrazioni occupazionali e perdite di diritti e tutele contrattuali.
E il caso di Wind TRE, come quello di Ericsson (dove la perdita di un appalto sulla manutenzione della gestione delle reti ha determinato la procedura di licenziamento di circa 350 dipendenti in Italia), o, in precedenza, Fastweb e Vodafone, o come per i call center Almaviva, Uptime e Gepin, riguardano un settore strategico dell’economia italiana che dovrebbe essere osservato con particolare attenzione da parte del Governo a tutela sia degli interessi nazionale che di quelli delle lavoratrici e dei lavoratori interessati.

Ecco quanto accaduto nello specifico.
Il 22 maggio 2017 sono state convocate, presso la sede di Unindustria a Roma, le segreterie nazionali di SLC CGIL, FISTel CISL e UILCOM UIL, unitamente alle segreterie territoriali ed al coordinamento delle rappresentanze sindacali unitarie per la presentazione del piano industriale del nuovo colosso delle comunicazioni Wind TRE.
L’azienda ha comunicato che, dopo l’operazione di fusione, si è confermata quale primo operatore mobile in Italia, vantando la migliore rete sul territorio nazionale e che, tale risultato positivo raggiunto, aveva trovato riconoscimento anche sul mercato.
Nella relazione dell’azienda il servizio clienti è stato presentato come un elemento che si innesta in maniera unica in questo piano industriale, per sostenere lo sviluppo dell’azienda attraverso la qualità, con il duplice obiettivo di consolidare il livello di eccellenza e realizzare un servizio clienti efficiente.
Alla luce di queste premesse aziendali, e della rilevanza strategica che, in questo quadro, si è voluta attribuire (almeno a parole) al customer care, nel corso dell’incontro, a sorpresa, viene comunicato che è intenzione di Wind TRE di procedere all’esternalizzazione del servizio clienti consumer, ex TRE, nella sua componente operativa mediante lo strumento giuridico della cessione del ramo di azienda ad azienda outsourcer che, a quella data, doveva ancora essere individuata.
Restano fuori da questo percorso le attività di business, credito, controllo di gestione e i processi core.
Come ricordavo, dopo la decisione della Wind TRE di esternalizzare i call center, i dipendenti sono scesi in piazza e i sindacati hanno indetto uno sciopero nazionale di 8 ore il 14 giugno e il blocco degli straordinari, dei turni programmati di notte e della reperibilità dal 15 al 25.
Il 27 giugno, dopo due giorni di trattative a Roma, è stata raggiunta l’intesa tra Wind TRE, Comdata e sindacati sulla cessione del ramo d’azienda dei call center di Cagliari, Palermo, Roma e Genova, e, a partire dal 5 luglio, i lavoratori saranno trasferiti da Wind TRE a Comdata senza soluzione di continuità e mantenendo l’anzianità di servizio.
Il contratto di cessione del ramo d’azienda, tra le due società, avrà una durata di sette anni.
L’intesa siglata dopo la trattativa, impegna Comdata “a garantire la stabilità occupazionale per tutta la durata del contratto di appalto”, e “il mantenimento delle quattro sedi dei call center di Cagliari, Palermo, Genova e Roma”.

Chi è Comdata?
Comdata è forse l’unica multinazionale del ramo dei call center nel nostro Paese, controllata dal fondo Carlyle. Ha interessi in Sudamerica, ha appena comprato una società in Turchia, ha una sede in Spagna e, come molte concorrenti, in Romania.vSi è aggiudicata quello che è considerato il ramo aziendale più delicato. Quello in cui la pressione delle delocalizzazioni all’estero e delle gare al massimo ribasso —indette anche da società pubbliche — preoccupa gli addetti ai lavori.
D’altronde i problemi occupazionali nei call center sono ormai storia antica e dolorosa.
Già nel 2004 il business italiano ha toccato i 4,3 miliardi di euro e la competitività si è sempre giocata su forme contrattuali che hanno creato squilibri nella concorrenza.
Esternalizzazioni e lavoro a progetto sono stati finora i principali fattori di precarizzazione nell’ambito delle attività di call center.

Vorremmo perciò conoscere dal Governo quali atti ha messo in essere per assicurare l’occupazione e le garanzie contrattuali ai dipendenti dei call center TRE.

REPLICA ALLA RISPOSTA

Grazie per le informazioni che ci ha fornito.

Ora attendiamo il vaglio dei lavoratori in assemblea che sicuramente prenderà in considerazione tutti i diritti che sono stati costretti a cedere per mantenere il posto di lavoro come ad esempio:

1) La possibilità per le mamme di richiedere il part time fino al 3° anno di vita del bambino;

2) permessi inserimento asilo nido e scuola materna (12 ore annue) per ciascun figlio;

3) maternità facoltativa pagata al 100% fino a 4 mesi se fruita subito dopo l’obbligatoria;

3) permessi esami universitari o presso istituti istruzione secondaria fino a 3 gg x ogni esame;

4) possibilità di avere il turno bloccato per chi ha un secondo lavoro (e quindi di fare sempre il turno di mattina o di pomeriggio);

5) permessi per visita medica specialistica (24 ore all’anno);

6) visibilità turni fino a 4 mesi;

7) permessi nascita figlio (un giorno);

8) permessi decesso 3 gg per ciascun decesso (condizione di miglior favore rispetto al ccnl vigente);

E per quanto riguarda la parte economica hanno perso il premio di produttività (800 euro annui) e il buono pasto è passato da 7 euro a 6 euro.

Evidentemente un po’ di dieta non fa male vero “sottosegretario”?

Ci si permetta comunque di approfondire il fenomeno delle cessioni di ramo d’azienda che riteniamo abbia del paradossale nel nostro Paese.

Da un lato, la norma che disciplina i diritti dei lavoratori in caso di trasferimento, cioè l’articolo 2112 del codice civile, sancisce un principio fondamentale affinché tali operazioni non ledano l’interesse dei lavoratori, imponendo che il rapporto di lavoro debba proseguire senza soluzione di continuità, vale a dire con gli stessi diritti maturati presso l’azienda cedente.

Dall’altro, l’interpretazione prevalente vuole che il lavoratore non possa opporsi al trasferimento, nel senso che non può decidere di restare dov’è.

Morale della favola, le aziende riescono a liberarsi agevolmente di masse di lavoratori ponendo in essere operazioni di cessioni di attività su larga scala, spesso a prevalente impiego di lavoratori con uno scarso trasferimento di mezzi di produzione.

Il destino dei lavoratori è gioco forza segnato.

Non saranno più dipendenti della grande azienda ma di una società di outsourcing che sopravvive soltanto per concessione di chi li ha ceduti, trasformatosi da datore di lavoro in appaltante che paga un corrispettivo all’acquirente per riottenere il risultato prodotto dai lavoratori esternalizzati, sotto forma di servizio.

Magari i problemi non arrivano subito, e questo è purtroppo il lato per così dire “subdolo” delle cessioni.

I primissimi anni (figuriamoci i primi due mesi entro cui i ceduti devono decidere se impugnare la cessione) nella maggior parte dei casi i lavoratori non riescono quasi a percepire la differenza, tutto prosegue in modo più o meno lineare, anche perché la legge (sempre l’articolo 2.112 codice civile) sancisce che i lavoratori non possono essere licenziati in conseguenza del trasferimento (“il trasferimento d’azienda non costituisce di per sé motivo di licenziamento“).

Pian piano però possono arrivare seri problemi, perché chi li ha ceduti ed ha stipulato il contratto di appalto può decidere, ad un certo momento, di concederlo a un’altra società, oppure può decidere di ridurre il corrispettivo costringendo l’outsourcer a batter cassa con i lavoratori, sino al caso più estremo della dichiarazione di esuberi. La stabilità occupazionale è di fatto compromessa!

Per questa ragione, i lavoratori protestano duramente, ed è per lo stesso motivo che ricorrono in giudizio per chiedere l’accertamento dell’illegittimità dell’operazione traslativa con la speranza di riottenere il posto di lavoro nella società di origine.

Non è un caso che per evitare eventuali ricorsi dei lavoratori, Wind TRE si è impegnata a sottoscrivere con i lavoratori, che ne faranno richiesta, un accordo individuale che preveda l’erogazione di un importo lordo pari a 9,5 mensilità a fronte della rinuncia a ogni pretesa del rapporto di lavoro intercorso e perché si accetti la cessione del contratto con effetto dal momento della cessione del ramo d’azienda.

La giurisprudenza in materia di cessioni di ramo d’azienda nel settore dei call center si è molto arricchita negli ultimi anni.

Dal caso Vodafone al caso Fastweb, i giudici del lavoro hanno messo in evidenza un fatto di estrema importanza, che aiuta a comprendere la differenza tra operazioni “genuine” e operazioni realizzate con l’intento di ridurre il costo del lavoro, dunque con finalità espulsive.

In sintesi, non è possibile che un ramo possa essere considerato “funzionalmente autonomo” (che è uno dei due requisiti fondamentali per considerare la cessione legittima, l’altro è quello della “preesistenza”) è necessario che vengano ceduti, assieme agli operatori, i principali strumenti di lavoro, ossia i software applicativi. Altrimenti, si tratta di un’operazione che ha ad oggetto un gruppo di lavoratori non in grado di produrre un autonomo risultato produttivo, continuando di fatto a dipendere da chi li ha ceduti.

La domanda che bisogna porsi è se un fenomeno di così ampia portata possa continuare ad essere discusso nelle aule di tribunale, visto che sembra essere diventata una vera e propria piaga sociale.

Sì, in Italia le esternalizzazioni rappresentano una grande piaga sociale, dal settore pubblico a quello privato, una quantità enorme di lavoratori perdono il posto o vivono in condizioni di costante precarietà a causa di scelte organizzative che si sono tradotte, in molti casi, in un ingiustificato arricchimento da parte di soggetti dal discutibile valore imprenditoriale.
La speculazione ha un unico e preciso significato, ma assume diverse forme.

C’è la speculazione finanziaria, quella di mercato e quella sul lavoro. Quest’ultima si realizza quando l’unica vera fonte di profitto di alcuni pseudo-imprenditori deriva dallo sfruttamento del lavoro e non dalla creazione di valore per sé e per la collettività.
Sottosegretario non crede che sia rigata l’ora di mettere mano ad una regolamentazione più stringente in questo settore?

Per parte nostra vigileremo e continueremo a seguire sia l’evoluzione della situazione venutasi a creare, sia il futuro lavorativo dei dipendenti di questo call center!

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