INTERPELLANZA SU CONTAMINAZIONE DEL BACINO ACQUIFERO DEL GRAN SASSO. COSA SI E’ FATTO E SI STA FACENDO PER RENDERE COMPATIBILI I LABORATORI DELL’ISTITUTO NAZIONALE DI FISICA NUCLEARE, LE GALLERIE AUSTRADALI DELL’A24 E LA SICUREZZA DELL’APPROVVIGIONAMENTO IDRICO PER USO UMANO?

L’immagine è tratta dal documento di Marchionatti F. (2014). L’interazione dei grandi scavi in sotterraneo con gli acquiferi. PhD thesis, su   http://porto.polito.it/2543958/5/1_F.Marchionatti.pdf

19 MAGGIO 2017.

Acqua potabile di Teramo e 32 comuni del Teramese, il 4 e 5 maggio : gli enti pubblici preposti effettuano una serie analisi, si verifica la non conformità dell’acqua del rubinetto rispetto i parametri odore e sapore, si riscontra la presenza di toluene e composti organici volatili, con un provvedimento del 9 maggio si vieta l’uso potabile, si rifanno le analisi, risulta tutto a posto, la Prefettura dichiara che il provvedimento ha avuto carattere meramente precauzionale.

L’Istituto superiore di Fisica Nucleare ha escluso ogni responsabilità dei propri laboratori sotterranei relativamente alla contaminazione dell’acquifero del Gran Sasso, ed ha richiamato la nota della AUSL di Teramo nella quale si ipotizza  un nesso causale degli episodi con i lavori di verniciatura nelle gallerie dell’autostrada A24.

Un ipotesi che confermerebbe quanto già sappiamo:  il traforo che attraversa il  Gran Sasso per 10 chilometri, interferisce  in maniera significativa con il complesso e importantissimo sistema degli acquiferi del massiccio. Un sistema così articolato che,  a causa delle difficoltà che durante i lavori derivarono dall’averne sottovalutato la complessità idrogeologica, la realizzazione del traforo durò 25 anni e costò 20 volte l’importo previsto. Così, senza aver imparato la lezione sui percorsi sotterranei delle acque nel ventre della montagna, quando si verniciano le gallerie dell’autostrada si rischia che il toluene finisca nel bicchiere d’acqua dei teramesi.

Non abbiamo comunque saputo quali siano i risultati concreti sulla messa in sicurezza del bacino acquifero del Gran Sasso con gli 84 milioni di euro  spesi tra il 2004 ed il 2006 dal commissario Angelo Balducci , di cui 22,3 milioni hanno riguardato gli interventi di carattere idraulico e ambientale delle gallerie, le opere di drenaggio e l’impermeabilizzazione. Inoltre circa 3,2 milioni di euro sono stati assegnati alla Società Strada dei Parchi.

Di seguito il testo dell’intervento in aula per la presentazione dell’interpellanza al Ministero della Difesa e della replica alla risposta fornita dal Sottosegretario alla Difesa on. Rossi.

INTERPELLANZA URGENTE AL MINISTERO DELL’AMBIENTE, DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE. ( Pellegrino – Marcon)

Onorevole Sottosegretario,

“A seguito dei prelievi effettuati al Traforo del Gran Sasso, l’ARTA ( cioè l’Agenzia Abruzzese per la Tutela dell’Ambiente) ha giudicato l’acqua in uscita non conforme, pertanto il SIAN (cioè il Servizio di Igiene degli Alimenti e della Nutrizione) dell’ASL di Teramo ha disposto l’uso per soli fini igienici. Sino a nuova disposizione è vietato l’uso potabile”. Con queste poche righe, pubblicate sul sito di Ruzzo reti Spa (gestore unico del ciclo integrato delle acque nell’ATO Teramano n.5), lo scorso 9 maggio, è stato reso noto un nuovo, presunto, episodio di inquinamento ed è stato, in via precauzionale, sospeso l’utilizzo per fini potabili dell’acqua proveniente dalle captazioni del Gran Sasso e destinata a rifornire le utenze di 32 Comuni del teramano, compreso il capoluogo.

Da quel momento 300 mila cittadini della provincia di Teramo non hanno potuto  utilizzare l’acqua dei propri rubinetti ed è iniziato un incubo interminabile, scandito da allarmi e assalti ai supermercati dove gli scaffali dell’acqua minerale sono stati svuotati in pochi minuti.
Dopo circa 12 ore da incubo, è arrivata la comunicazione della Prefettura che l’emergenza idrica nel teramano era rientrata. Le nuove analisi avrebbero infatti rilevato dati conformi alla normativa vigente.
Questa, sinteticamente, la cronaca della drammatica situazione vissuta pochi giorni fa dai cittadini del teramano: costretti ad affrontare l’ennesima crisi idrica e a litigare nei supermercati per le bottigliette di acqua minerale pur vivendo in un territorio tra i più ricchi di risorse idriche.
Il problema però sta nel fatto che l’approvvigionamento idrico di metà degli abruzzesi dipende dalla falda del Gran Sasso che è a contatto con due fonti potenzialmente inquinanti: i Laboratori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e le gallerie autostradali A24.

Le prime denunce sui problemi dell’acqua del Gran Sasso risalgono ormai al 2002.
Fu il WWF a rendere noto l’elenco delle sostanze presenti nei Laboratori, poste quindi vicinissime alla falda acquifera che rifornisce tre province abruzzesi.
E fu sempre il WWF a evidenziare le carenze nella gestione degli esperimenti condotti nei Laboratori attraverso la pubblicazione di documenti e di scambi interni tra i ricercatori.
Proprio il 16 agosto 2002 avvenne l’incidente con il trimetilbenzene (nell’ambito dell’esperimento diventato famoso come Borexino) che evidenziò tutta la fragilità del sistema di gallerie, laboratori e punti di approvvigionamento di acqua presenti nel Gran Sasso.
Vi furono denunce, sequestri e procedimenti penali.
Dalle perizie effettuate si capì in modo inequivocabile la precarietà dei sistemi di sicurezza all’interno del laboratorio, e in particolare la pericolosa commistione tra i suoi scarichi e le sottostanti captazioni dell’acquedotto, soprattutto quello del Ruzzo.
Si decise quindi di avviare interventi per la messa in sicurezza del sistema e, il 28 maggio 2003 la Presidenza del Consiglio dei Ministri, all’epoca Berlusconi, dispose la nomina di un Commissario delegato per il superamento della fase emergenziale.

Chi era quel commissario? Angelo Balducci: il funzionario dello Stato poi accusato di avere creato e diretto la cosiddetta “cricca” che per un decennio ha pilotato tutti i grandi appalti d’Italia, dal Giubileo al G8.

Gli obiettivi del commissario erano chiari: al primo punto figurava  la «messa in sicurezza dei sistemi di captazione dei due acquedotti, per poter consentire la ripresa al più presto possibile all’interno dei laboratori di fisica nucleare degli esperimenti»;  «la messa in sicurezza dei laboratori»  che comprendeva, oltre ai sistemi antincendio, quelli di «rilevazione e di controllo»; e, soprattutto, la creazione di «un sistema di raccolta delle acque di percolazione e di scarico che prima finivano nelle fogne senza regimentazione»; altro obiettivo che il Commissario doveva perseguire era quello della sicurezza delle gallerie autostradali.

Mentre è noto l’importo dei lavori: 84 milioni di euro, della gestione dei lavori si è sempre saputo molto poco: appalti e gare informali tra pochi partecipanti.
Ma soprattutto i lavori sono serviti ad evitare che le acque, in qualche modo contaminate all’interno del laboratorio, poi, non finissero dentro le falde acquifere e dentro l’acquedotto gestito da Ruzzo Reti S.p.A.?
A giudicare da quanto è accaduto in questi anni sembra proprio di no.

Risale all’agosto scorso l’ennesimo incidente con relativa contaminazione dell’acqua che finisce nell’acquedotto Ruzzo. Ma la cosa è rimasta segreta e tenuta nascosta alla popolazione per ben quattro mesi.

I contorni di quanto è accaduto sono emersi solo a dicembre 2016, dopo che la Regione ha dichiarato lo stato di Emergenza idrica autorizzando la società Ruzzo Reti Spa, che gestisce l’acquedotto, a proseguire nell’utilizzo del potabilizzatore della Val Vomano “a seguito di una contaminazione delle acque captate presso i laboratori del Gran Sasso”.
I lavori di messa in sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso sono stati svolti tra il 2004 ed il 2006 dal commissario Angelo Balducci per una spesa complessiva di ben 84 milioni di Euro di cui 22,3 milioni hanno riguardato gli interventi di carattere idraulico e ambientale delle gallerie, le opere di drenaggio e l’impermeabilizzazione. Inoltre circa 3,2 milioni di euro sono stati assegnati proprio alla Società Strada dei Parchi.

Che tipo di lavori hanno fatto? Come sono stati impiegati tali fondi?
Ci sembra chiaro ormai che il problema della convivenza del più grande acquifero d’Abruzzo con l’autostrada e i laboratori dell’INFN è un problema particolarmente serio che richiede un’attenzione particolare.

Per questo chiediamo se sia stata valutata la compatibilità della captazione di acque ad uso umano dal bacino idrico di cui sopra con l’attività di ricerca dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.

E quale sia lo stato dei lavori di messa in sicurezza e conformità dei locali e delle installazioni dei laboratori e perché dopo un decennio di commissariamento e 84 milioni di euro spesi, accadono ancora situazioni come quelle abbiamo descritto con questa interpellanza.

Qui il testo dell’interpellanza.

LA REPLICA

 

Onorevole Sottosegretario,

La risposta così dettagliata che fa capire la gravità della questione, che riguarda uno dei più grandi bacini acquiferi italiani. L’acqua è fonte primaria di sopravvivenza dell’ecosistema, biodiversità, ciclo ecosistemico. Non possiamo assecondare modus operandi di fare politica, non c’è diritto dell’ ambiente, proprio ieri ho chiesto che non si facessero esercitazioni militari in aree protette, ma questa è la logica dei governi, di questo e dei precedenti, i diritti dell’ambiente sono sempre ultimi rispetto a guerra, fossili, asfalti e così via.

E’ gravissimo che dopo tutti questi anni e le ingenti risorse investite accadono fatti del genere che lasciano molte ombre sulla bontà del lavoro svolto dal commissario e sulla tutela effettiva della salute dei cittadini che attingono a tale bacino idrico.
Dal 2002 sono stati spesi milioni di euro, sono state diffuse centinaia di rassicurazioni, presentati decine di esposti, ci sono stati un processo e un commissariamento… ma evidentemente ci sono stati ben pochi risultati se si continuano a verificare problemi.
Anche gli enti pubblici, quelli che dovrebbero tutelare la salute pubblica, non hanno certamente  brillato per completezza e correttezza nell’informazione e nemmeno, tranne che in questo ultimo caso, per la tempestività.

Un solo obiettivo è sempre chiaro dal 2002 ad oggi: tranquillizzare, minimizzare, dichiarare cessate le “emergenze” che però poi ritornano sempre.
Il Commissario Balducci ha speso 84 milioni di euro per la messa in sicurezza dei laboratori e ancora oggi si rileva l’inefficacia di quegli interventi.
Peccato inoltre che, da un accertamento successivo dell’Istituto superiore di Sanità, la messa in sicurezza della pavimentazione prevista a protezione dell’acquifero risulta non essere stata mai completata.

Già nel 2013 L’Istituto Superiore di Sanità certificava l’incompatibilità tra captazione delle acque ad usi idropotabili e attività dei Laboratori di Fisica Nucleare. L’Istituto Superiore di Sanità e la stessa ASL hanno ammesso che le captazioni ai laboratori e ai tunnel non rispettano i requisiti di legge (Art.94 del Testo Unico dell’Ambiente) in quanto le sostanze stoccate sono troppo vicine ai punti di prelievo.
Tale previsione di legge chiarisce che la gestione dell’acqua potabile si fonda intanto sulla prevenzione, non essendo possibile, anche per i limiti intrinseci connessi al monitoraggio ex post (ad esempio, per i tempi di risposta dei laboratori per le analisi e per le azioni previste in caso di incidente), rincorrere i casi di contaminazione.
La prevenzione è, quindi, un obbligo di legge.
Le norme relative alle acque potabili puntano sulla prevenzione, non sull’inseguire le criticità.
I Laboratori del Gran Sasso sono classificati quale Impianto a Rischio di Incidente Rilevante secondo il D.lgs.105/2015 ed è quindi sottoposto a precisi obblighi, sia derivanti dalle previsioni contenute direttamente nel decreto sia per quelle contenute nel Rapporto di Sicurezza, nel Piano di Emergenza Interno (P.E.I.) e nel Piano di Emergenza Esterno (P.E.E.).
La presenza di 1.040 tonnellate di nafta pesante, 1.292 tonnellate di trimetilbenzene (pseudocumene, un neurotossico), 45 sorgenti radioattive, dal Cesio137 all’Americio 241 (di cui 3 abbastanza rilevanti), seppur utilizzate in appositi contenitori, è completamente ed inequivocabilmente incompatibile con la presenza di punti di captazione.
L’uso di migliaia di tonnellate di sostanze pericolose per gli ambienti acquatici nonchè di sostanze radioattive all’interno di un vero e proprio serbatoio di acqua come il Gran Sasso, che rifornisce sorgenti a decine di chilometri di distanza (dal Tirino alle Sorgenti del Pescara passando per il Vera), a nostro avviso è troppo rischioso perchè in caso di incidente rilevante gli effetti si potrebbero avere su vastissime aree.

Inoltre ci sono  due tunnel autostradali che attraversano una montagna piena d’acqua.
I laboratori dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare del Gran Sasso, fiore all’occhiello della ricerca italiana, sono una potenziale “bomba ecologica” sotto le viscere della montagna, in grado di minacciare a le riserve di acqua idrica potabile alimentate dalla sorgente che dà da bere a mezzo Abruzzo. Al suo interno vengono condotti esperimenti delicatissimi, tuttavia la presenza di stock di materiali tossici o addirittura radioattivi rende incompatibile la compresenza dei laboratori con diversi punti di captazione delle acque che vengono distribuite a uso potabile a mezza regione, dato il rischio di possibili incidenti, che infatti di tanto in tanto capitano.

Ora si pensa anche a nuovi costosissimi interventi ma è evidente che bisogna capire bene che tipo di opere sono state fatte nel passato; se è una questione di parzialità di intervento o di irregolarità dello stesso prima di intervenire di nuovo.
Sarebbe il caso che la Corte dei Conti aprisse un fascicolo sulla questione.
Oggi, anche se l’emergenza sembrerebbe finita ufficialmente ci sono ancora tante cose che devono essere spiegate per capire cosa è successo, e bisognerà anche imporre un cambio radicale della gestione dell’acqua, una risorsa così importante e, assurdamente, non adeguatamente gestita.

 

 

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