LIBERI E UGUALI E L’IMPORTANZA DI RIFORME SCOLASTICHE FATTE BENE. BASTA BRUTTE COPIE DI MODELLI CHE IN ALTRI PAESI FUNZIONANO DENTRO SISTEMI SCOLASTICI COMPLETAMENTE DIVERSI DAL NOSTRO.

Tre casi di riforme “brutte copie”, affrettate, costose e inefficaci:  dall’interno del mondo della scuola, le osservazioni di una docente, Rossana Casadio, candidata di Liberi e Uguali alla Camera dei Deputati per il Friuli Venezia Giulia.

21 febbraio 2018.

L’impegno di Liberi e Uguali per il mondo della scuola ha un presupposto metodologico molto importante: quello di non commettere gli errori  dei passati Governi per intestarsi ad ogni costo la medaglia dei riformisti. 

Quando si è voluto varare in fretta e furia una qualche novità, solitamente e in maniera avventata sono stati presi a prestito modelli ben funzionanti in altri Paesi europei. Innestati sul nostro sistema scolastico, completamente diverso da quello dove erano stati ideati,  hanno prodotto riforme che si sono dimostrate brutte copie degli originali, destinate fin dal principio al fallimento. Questi errori sono devastanti, per il sistema, per gli insegnanti e per gli studenti.

La necessità di analizzare con diretta competenza l’attuale condizione del sistema scolastico italiano trova efficaci risposte nell’ articolo di Rossana Casadio, docente al Liceo Linguistico Pujati di Sacile e candidata di LeU alla Camera dei Deputati per il Friuli Venezia Giulia. Lo riporto molto volentieri, quale contesto per importanti riflessioni sul tema complessivo.

 

“I vari richiami all’Europa che da anni ormai precedono i cambiamenti calati sempre con gran fretta sulle spalle di insegnanti e alunni prendono solamente il risultato finale, ma mai sembrano esser stati compresi nella loro genesi. Perciò si trasformano poi sempre in un carico di lavoro “aggiuntivo” e mai “sostitutivo”.

L’elenco è lungo. Ne scegliamo tre che sono eclatanti, perchè tanti, tantissimi soldi pubblici sono stati investiti in consulenza di esperti, convegni, corsi di aggiornamento e ore di lavoro inutile.

Il fallimento del “portfolio”.
Uno strumento che può funzionare benissimo in una scuola di altri Paesi europei, dove non vi sono i vincoli di orario scolastico, suddivisione per materie, scansione temporale delle verifiche, orario di apertura dell’edificio scolastico, ecc.
Significa, ad esempio, che gli alunni per tre settimane fanno lezioni di vario tipo, anche dividendo i gruppi classe a seconda dei laboratori che si intende seguire, con classi attrezzate al top per le esigenze delle varie materie e scuole aperte fin pomeriggio inoltrato. Poi le lezioni si fermano, per una settimana gli alunni presentano i vari risultati del periodo precedente di lavoro e il tutto finisce davvero in modo significativo nel proprio “portfolio”. Da noi si era trasformato come al solito in un ulteriore carico di lavoro per le insegnanti.

Il fallimento del CLIL, per cui si doveva introdurre l’insegnamento di materie curriculari in lingua straniera, è rimasto sulla carta. Solo singoli docenti che per esperienza propria, come soggiorni lunghi di studio all’estero o con un genitore di lingua madre straniera, possono davvero significativamente applicare questa metodologia.
In Europa invece il docente è spesso insegnante di  più materie perchè il percorso di formazione universitaria lo prevede. Così possiamo trovare il docente di educazione fisica che fa anche francese, il docente di matematica che insegna inglese, ecc. Si capisce bene, che quando è stato il momento di diffondere il CLIL, i docenti erano già pronti.

Da noi si pensava che con due anni di corsetti di lingua straniera i docenti, da quasi digiuni, sarebbero diventati poliglotti e pronti a condurre disinvoltamente e in modo competente la lezione in classe.

Ora è partita la “sperimentazione” di un anno in meno al Liceo. Di nuovo ci dicono “come in Europa, un anno in meno”.
Certo. Peccato però che in Europa, dopo le quattro classi di scuola dell’infanzia, gli alunni già abbiano possibilità di scegliere tra tre percorsi, mentre noi abbiamo la scuola media e basta. Così, in verità, chi sceglie il percorso liceale si inserisce nella classe che da noi equivarrebbe alla quinta. Ecco provato allora che in Europa non si fanno “quattro” anni di Liceo, bensì otto.

Trattasi solo di tre esempi (tralasciando completamente per motivi di spazio la confusione della Alternanza Scuola Lavoro), ma per arrivare davvero significativamente a fare “come in Europa” bisogna partire innanzitutto da onesta, paziente e competente analisi. Allora forse potremmo copiare quanto può esser valido anche per noi ed applicarlo in modo significativo nell’insegnamento.”

Rossana Casadio

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